giovedì 18 giugno 2015

Recensione: Le piume dell'uccellino di Ines Caminiti

Bentrovati lettori, pochi ma buoni! L'altra notte ho terminato questo libro e ve ne volevo parlare approfonditamente in una recensione.
Come probabilmente saprete, nell'ultimo periodo è uscito un libro molto simile a questo, vale a dire Non più briciole di Alessandra Arachi, giornalista, la prima a portare in Italia nel 1994 il triste tema dell'anoressia. Seguito dell'ormai longseller Briciole, questo secondo capitolo tratta l'argomento dal punto di vista di una madre, peccato però che sia una storia del tutto inventata. Per cui quando in internet ho scovato Le piume dell'uccellino la mia scelta è subito ricaduta su di lui. E non essendo al momento presente alcuna recensione nei meandri della rete, mi accingo a stendere la mia:

Titolo: Le piume dell'uccellino
Autore: Ines Caminiti
Editore: Vallardi
Anno di pubblicazione: 2015
Genere: Biografico
Pagine: 156
Prezzo: € 12,00
Sullo sfondo di una Genova essenziale e del suo mare, sopra il quale volano liberi i gabbiani, una madre delinea la storia di sua figlia Serena, intrappolata a lungo nella prigione dell'anoressia.
Momenti e tappe fondamentali di questa storia vera sono: la morte della nonna materna, che per un po' indebolisce e distoglie le forze della madre; una gita a Londra, che spezza le illusioni di una facile guarigione di Serena; il ricovero in ospedale della ragazza per l'alimentazione clinica e, infine, il suo viaggio di studi a Uppsala, che conferma la definitiva resurrezione dalla malattia.
Questa madre parla di speranza, forza, scelte adeguate, ma anche di impotenza, rabbia, disperazione, e si pone lucide domande che possono restare senza risposta.
Recensione: Per molti anni il mestiere principale di Ines è stato la mamma tempo pieno. Donna come tante, come recita la frase in copertina. Il suo punto debole pareva essere l'anonimato conseguito da una laurea in lettere e filosofia e nulla più che un lavoro in una libreria medico-scientifica. Ma è un errore, perchè proprio il suo nome sconosciuto ha fatto sì che potesse essere confezionato uno dei libri più sinceri e toccanti in materia.
Serena. Certo, hai un nome bellissimo!
Io come mi chiamavo?
Non trovavo un nome per me: «mamma»? Ne ero ancora degna?
Come si chiamano le donne che rischiano di perdere un figlio?
Per una volta la protagonista non è la ragazza desiderosa di bellezza ed attenzioni, ma la madre e i famigliari che ruotano intorno all'ammalata. Ognuno vive la malattia a suo modo: c'è chi preferisce buttarsi nel lavoro, chi restare fuori nelle ore dei pasti per non dover vedere cosa "Serena l'anoressica" mette nel piatto, e chi ha scelto di tenere tesa la sua mano per sostenere quando il fardello diviene troppo pesante da portare.
La narrazione di Ines è semplice ma limpida e d'impatto. È come essere partecipi dell'incubo: strazio, angoscia, impotenza lasciano poco tempo al respiro di sollievo concesso dal vissuto famigliare.
Con il consenso della figlia Serena, sparuto uccellino che ora non esita a balzare in volo, Ines ha intinto l'inchiostro nel suo cuore di madre scrivendo un'opera per tutti. Per chi riversa nelle condizioni che furono di sua figlia, che non comprendeva di essere una vittima e non voleva che altri la aiutassero, e per chi si ritrova a dover battagliare con i demoni che hanno (si spera momentaneamente) portato via i loro figli/nipoti/fratelli. Su quei volti non vi è più sorriso e quelle labbra più non cantano, solo l'amore di chi può comprenderli e amarli è capace di spezzare la dura corazza di bugie e inganni. Mamma Ines mantiene una scrittura elegante persino dove l'esasperazione autorizzerebbe termini sgarbati ed azioni impulsive. Quando ad esempio scopre, nonostante l'immutato amore con cui viene allevata, che Serena si autolesiona, per lei è un colpo tale da voler raggiungere la madre in cielo. Non perchè d'improvviso non le voglia più bene, ma perchè è sfinita. Ed in tutto ciò non sapremo mai quali crudeli parole le abbia scagliato contro in momenti di accesa rabbia; questa mamma conosce bene la vastità della sua lingua e sa come utilizzarla. Non ci turba né cerca di farsi compatire: è una novellista che ha finalmente potuto raccontare la storia che tratteneva.
Sorvolando la saggistica, i romanzi di anoressia sono praticamente tutti incentrati sul malato, quasi sempre di sesso femminile, che svela al lettore i suoi segreti e ciarla allegramente ossessivamente di calorie, pance che si restringono, ossa che spuntano fuori come ali. In Le piume dell'uccellino non ve ne è traccia, perchè una madre e la famiglia d'origine tutta di una giovane malata puntata allo scomparire non può che focalizzarsi su
Gli occhi sorridenti che t'illuminavano il viso erano un ricordo lontano: ormai si velavano sempre; non erano le lacrime a opacizzarli, ma la malattia che rabbuiava ogni parte di te.
Le palpebre sembravano trasparenti e la rima inferiore degli occhi era sempre scura, segnata, percorsa dall'onda nera che emergeva dall'interno e ammorbava ogni centimetro di te.
Profonde occhiaie ti allagavano gli zigomi, sempre più appuntiti, sporgenti ai lati del piccolo naso regolare.
La pelle del volto, tirata e secca, era diventata diafana, giallastra, come avessi una sofferenza apatica o renale. [...]
I capelli lunghissimi, un tempo folti e sani, stavano sbiadendo e parevano sottili e sfibrati; anche le unghie tendevano a sfaldarsi e non servivano gli strati di gel rinforzante sotto cui le proteggevi.
Essere madre non è tra i miei sogni prediletti ma a seguito di questa breve lettura confesso che vorrei in futuro provare a dare un contentino al mio corpo di donna, alla mia natura. Mi piacerebbe generare un figlio per capire se dentro di me c'è mai stato Amore ed in quale misura, e non aver paura di dichiararmi.
Sono diventata mano robusta per non perderti mai e afferrarti quando avevi paura; sono riuscita sempre a trattenerti, perché tu non dimenticassi la certezza dell'amore.
Sono diventata abbraccio caldo per farti arrendere alle fragilità, e ti ho stretta forte, perché tu non ti facessi del male.
Sono diventata lanterna limpida, perché tu non ti perdessi per le vie del nulla e i tuoi passi frettolosi conoscessero il ritorno certo nel tuo porto sicuro. [...]
Sono diventata preghiera, perché il tuo Angelo ti scaldasse con le sue ampie ali, mentre risalivi disperata il fianco aspro della montagna di ghiaccio.
E adesso che cammini da sola, agile e serena, piccola grande donna, io mi sono fatta casa, dimora e abitazione, per essere ancora la tua accoglienza e la tua certezza; sarai sempre protetta, sempre sicura, perché un giorno, per nove mesi, mi ero fatta spazio concavo per accogliere te, la mia bambina.

Se ce ne fosse ulteriore bisogno, un motivo in più per acquistare questo libro: per volere di Ines Caminiti i proventi delle vendite saranno destinati ad un'associazione per la cura dell'anoressia.

6 commenti:

  1. Ciao Lumi, è un libro molto interessante questo. A me attirano molto le storie vere in generale, ancora di più ( a volte mi dispiace anche ammetterlo) le storie di problematiche mentali e l'anoressia è un disturbo psicologico molto grave, soprattutto se sottovalutato. La tua recensione è molto bella ed emerge dignitosamente al di sopra di una storia certamente vera che fa da sfondo forte ed intenso, soprattutto perchè racconta la "quotidianità" di come le persone intorno alla protagonista della malattia, reagiscono e decidono di reagire.
    Inutile dire, bellissima l'ultima citazione sull'amore e l'abbraccio.
    Un caro saluto, a presto!

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    1. Sono Ines Caminiti, la mamma dell'uccellino. Grazie per aver parlato del mio diario. Le tue parole, Lumi, hanno centrato il senso di quello che ho voluto dire. Il messaggio è di speranza, perché della malattia non ci si deve vergognare, non si sceglie. Combattere il pregiudizio e la non conoscenza e il mio scopo. Parlare e scrivere di sentimenti fa bene al cuore e allo spirito. Il dolore condiviso peso di meno e lo si sopporta meglio insieme. Grazie, ancora grazie.

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  2. Rispondo ad Antonietta: lo scopo del mio libro è fare chiarezza, combattendo pregiudizi e non conoscenza della malattia che ai più pare estetica, anziché psicologica. Le ragazze non devono essere"bollate" neppure come malate psichiatriche, perché non lo sono. Dici bene tu a parlare di disagio psicologico. Restituire quindi dignità e umanità a chi si ammala è importantissimo: queste persone sono dolci, sensibili, attente ai bisogni altrui più che ai propri. Bisogna inoltre contrastare i siti inneggianti a bulimia e anoressia come modelli di vita, siti che tendono trappole distruttive a ragazze fragili. Cerco dunque, nel mio piccolo, di dare informazioni corrette e piene di speranza, perché la vita di ognuno è un dono da custodire, un dono prezioso. Grazie per come ti sei espressa.Un abbraccio, Antonietta, è un sorriso.

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  3. Hey Lumi :)
    Non conoscevo questo libro ma ha sicuramente appena attirato la mia attenzione. Hai scritto una bellissima recensione, davvero... Non ho mai letto un libro che tratta di questi argomenti dal punto di vista di una madre, non voglio nemmeno immaginare cosa si possa provare.
    Lo dovrò assolutamente leggere, sono certa che non me ne pentirò...

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  4. Grazie, Lumi, grazie, Jaqueline. È difficile dire che cosa si prova in termine di emozioni negative: dolore, angoscia, strazio, disperazione, paura. Non ci si deve abbattere per amore; non si deve abbandonare il campo di battaglia. Si resiste a fianco della figlia e per la figlia. La tentazione di chiudersi in se' e nella propria disperazione non è vincente: occorre invece armarsi di energia vitale e lottare per la vita della figlia. Il percorso prevede, accanto a cure psicologiche e nutrizionali, le cure dell'amore, cioè la presenza costante, l'affetto, l'amore, la vicinanza, la sopportazione condivisa. Per noi mamme tutto questo viene spontaneo. Non siamo eroine, solo mamme. Grazie per avermi permesso di dare questo messaggio di speranza

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  5. Ehi Lumi, eccomi finalmente! Me lo segno subito in wishlist :)
    Un bacio.

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