lunedì 29 ottobre 2012

Puntate su cavalli deludenti

E' in uscita domani il nuovo disco di inediti dei Forgotten Tomb, e nel mio cuore si rinnova una speranza andata in frantumi ormai da diverso tempo: salvarmi la vita con una bella morte musicale. Le prime due perle della band piacentina spesso m'han tirata fuori dal baratro in cui stavo lucidamente annegando, senza alcuna intenzione di chiedere aiuto se non a chi poteva capirmi. E' da quando è iniziato il mio calvario nella depressione che, non appena le energie mi abbandonano, mi lascio trascinare nell'oblio da queste potenze distruttive, per poi crollare nel letto a bagnare il cuscino. I Forgotten Tomb, in special modo con una bomba psicologicamente disarmante come Disheartenment, mi hanno infuso il coraggio di cui ero priva atto alla sopravvivenza. Non rinnego ora ogni angosciante meraviglia depressive che finora han valicato i confini delle mie trombe di Eustachio, ma questi signori mi sento di piazzarli sulla cima della scalinata. Capitanati da un individuo che descrisse se stesso come "completamente depresso, paranoico e fissato col suicidio", autolesionista e per giunta vedovo, dopo un iniziale demo di puro normalissimo black metal, diedero alle stampe dolore autentico scisso in due volumi disgiunti. Come poi è inevitabile per tutti la ruota gira nel verso giusto, il sole fa capolino e nella loro proposta si è aperto un varco ad esso. Non più alunni, eccellenti imitatori di Dolorian e Katatonia ma corde ispirate ai Black Sabbath, autori di un depressive rock che conosce episodi qualitativamente superiori altrove come Thränenkind o i compianti Lifelover.
Anni addietro quelle come me rispondevano al nome di fan della prima ora. Se codesto vocabolo è in uso tuttora, nell'era della musica liquida, per quale motivo perseguito a rincorrerli nelle nuove uscite discografiche se non sono più in grado di dispensare magia vitale? La vita è tutto quel che uno possiede, e se pur detestandola si riesce a trovare una boccata d'aria, si viene in debito con chi o cosa ci ha porto la mano sussurrando che non tutto è perduto. I suicidi non desiderano morire ma per vivere non hanno altra scelta. Discordanze.

mercoledì 24 ottobre 2012

Incontro di anime


La felicità non si scrive, si vive. Mai frase fu più azzeccata. Ho potuto comprenderla appieno soltanto questo sabato quando, dopo un anno e mezzo tra chat e youtube, io e lui abbiamo potuto incontrarci. Ancora non riesco a capacitarmi della sensazione di serenità regalatami il solo vederlo, poterlo abbracciare, passeggiare insieme come se non avessimo mai fatto altro nella vita. Probabilmente la felicità non si ricopia su carta per il semplice motivo che non ti rende le parole, va vissuta. Non so a dire il vero se sono felice, quel che so è che posso smettere con gli antidepressivi molto presto ora.
Grazie Andrea, ti voglio bene!

mercoledì 17 ottobre 2012

Prova a leggere (se intendi vivere)

Jean-Jacques Henner - La lettrice, 1883
Non mi riesce più di comprendere quella gente che si dichiara non amante della lettura. Non che io sia un'incallita divoratrice di parole cartacee, anzi. Leggo per l'autentico piacere di confrontarmi con lo scrittore, constatare quanto possano essere veri e naturali i miei pensieri. Escludo il termine 'normale' perchè la normalità è una delle cose più soggettive di questo pianeta, quella su cui il dibattito è aperto dalla notte dei tempi senza venirne mai a capo. Per molti ho gusti difficili, incomprensibili, eppure essi dipanano la matassa e mi confortano. Sull'ultimo comperato mi sono addirittura commossa. Nulla di male, non fosse che non si trattava di un romanzetto rosa ma di Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino. Proprio così.
Il disappunto di una madre inorridita dalle scelte poco felici della sua bambina è sempre, ironia della sorte, inversamente proporzionale al fatto che quelle stesse letture trovino poi un posto tra le mie favorite. A mia madre non sono bastate due figlie per ottenerne una a sua immagine e somiglianza all'incirca, io assolutamente in misura non pervenuta. Lei si difende con scusanti come la sindrome di Peter Pan o l'adolescenza a scoppio ritardato, ma non ho mai provato un Io così puro e genuino da quando ho libero accesso a pensieri non contaminati dalla massa. Sono nata quando ho deciso di adottare leggi mie senza farmele imporre. Il perchè non vi siano così tanti evasori della regola resta un mistero cui faccio spallucce. È questo l'orgasmo. Affari loro se il più intenso della vita vogliono assisterlo su un corpo estraneo.
Qualche citazione da Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino su richiesta di Raito Yagami:

1) Cominciò il 1977. Il tempo non riuscivo quasi a seguirlo. Se era estate o inverno, o se si festeggiava Natale o San Silvestro, per me ogni giorno era uguale all'altro. 
2) «Ma chi spinge all'infelicità quanti arrivano al mondo giovani, pieni di voglia di vivere?» 
3) Una volta mi misi a leggerlo durante la lezione perchè pensavo che avrei trovato una risposta a dei problemi che erano emersi nella lezione stessa. L'insegnante se ne accorse, guardò il titolo e subito mi prese il libro. Quando, finita l'ora, lo rivolevo indietro, lui disse: «La signorina, dunque, legge pornografia durante le lezioni! Il libro è sequestrato». Disse proprio così. Il nome Fromm non gli diceva nulla, o gli ricordava gli omonimi preservativi. E il titolo L'arte di amare segnalava naturalmente che era un libro pornografico. E del resto cosa altro può essere l'amore per questi individui frustrati? 
4) Una volta ho chiesto stupidamente perchè tutto quello che facevamo non potevamo farlo anche senza stravolgerci. E quelli mi hanno detto che era proprio una domanda cretina. Come ci si potrebbe altrimenti liberare di tutta la merda che uno vive durante il giorno? 
5) Spesso riflettevo sul perché i giovani erano così miseri. Non riuscivano ad aver gioia di niente. Un motorino a sedici anni, una macchina a diciotto: questo era quasi ovvio. E se questo non c'era allora uno era un essere inferiore. Anche per me, nei miei sogni, era stato naturale pensare che un giorno avrei avuto un appartamento e una macchina. Ma ammazzarsi di lavoro per un appartamento, per un nuovo divano, come aveva fatto mia madre, questo non esisteva. Questi erano stati gli ideali sorpassati dei nostri genitori: vivere per poter tirar su dei soldi. Per me, e credo anche per molti altri, quel paio di cose materiali erano il presupposto minimo per vivere. Poi doveva esserci qualche altra cosa. Esattamente quello che da un significato alla vita. E questo non si vedeva.
Un paio a scuola mia, tra cui mi ci mettevo anch'io, erano ancora alla ricerca di quel qualcosa che da significato alla vita.
Quando a scuola parlammo del nazionalsocialismo ebbi dei sentimenti molto contrastanti. Da una parte mi si rivoltava lo stomaco quando pensavo alle orribili brutalità di cui sono capaci gli uomini. D'altra parte trovavo giusto che prima c'era qualcosa cui gli uomini credevano. Capitò che una volta durante le lezioni dissi: "In un certo senso sarei stata volentieri giovane nel periodo nazista. Allora i giovani avevano un'idea di come stavano le cose e avevano ideali. Credo che per un giovane è meglio avere falsi ideali che non averne nessuno". Questo non è che lo pensassi completamente. Ma un po' sì.
6) Nel nostro gruppo è diverso il tipo di libertà che arriva attraverso la droga. [...] Per quelli del nostro gruppo è proprio il colmo farsi il trip della libertà sotto lo sbrilluccichio delle reclame del Kurfürstendamm. Noi tutti odiamo la città. Siamo nel trip della natura totale.

venerdì 5 ottobre 2012

Buongiorno Inerzia



Per arrivare all'alba non c'è altra via che la notte. (Kahlil Gibran)

Sì, sto male perchè la mia vita è senza scopo, non ho un obiettivo da raggiungere, in poche parole non so che farmene. Lo ammetto finalmente.
Finchè ti trascini verso la scuola ogni santa mattina e fai il conteggio di quanto manchi alla rinascita, hai la presunzione di chiamarti vivo. E quando infine entri nel dorato mondo della disoccupazione, ecco. Arrivi perfino a detestare l'infinito giocare a nascondino del sole, l'alba della medesima giornata, come ieri e come domani. Ti domandi cosa ci trovi la gente comune di questa monotonia ripugnante ed in fondo anche tu potresti sentire di non esserne mai completamente sazio. Anche la morte è un evento naturale e soprattutto monotono. Che cosa cambia uccidersi questa mattina o la settimana prossima? Nulla si aggiunge né la minima mancanza viene notata.
Rimango ancora un po' distesa a fissare il biancore del soffitto, avvolta fino al mento dalle lenzuola, mio riparo dai rigurgiti del mondo. Al resto, me inclusa, penserò domani.
Buongiorno Inerzia.